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mercoledì 6 giugno 2007

L'Eta annuncia la fine del cessate il fuoco

Con un comunicato al quotidiano Berria, l’Eta ha annunciato la fine del cessate il fuoco proclamato nel marzo 2006. Una rottura anticipata all’indomani delle bombe di fine anno dell’aeroporto di Barajas ma non ancora ufficializzata.

Un passaggio che arriva non a caso ora, perché, malgrado l’attentato e la contrarietà del Partido Popular al processo di dialogo, sottotraccia continuavano i passi per ripristinare il processo e restavano valide le condizioni che avevano determinato tante aspettative: la stanchezza dei baschi verso la violenza e l’erosione del consenso sociale dell’Eta, il diverso approccio alle questioni nazionali spagnole che il cambio di governo a Madrid portava con sé.

Condizioni che hanno fatto agio anche sulla grande debolezza di questo tentativo: la divisione tra i partiti democratici, con la contrarietà del Pp a appoggiare la politica antiterrorista del governo, utilizzata anzi nello scontro politico quotidiano. Il governo ha portato avanti il tentativo convinto che i popolari si sarebbero, prima o poi, incorporati in esso. Cosa che non è avvenuta.

La rottura non giunge ora per caso. Le elezioni amministrative del 27 maggio avevano rafforzato le posizioni favorevoli al dialogo, in particolare all’interno della sinistra abertzale (la sinistra indipendentista) e avevano anche penalizzato il Pp che, esclusa Madrid, retrocedeva ovunque.
Particolarmente significativa, perché strettamente legata alla scelta di opposizione al tentativo di fine dialogata della violenza, era la perdita di voti e seggi nel Paese basco e in Navarra.

Proprio in Navarra il successo elettorale di Nafarroa Bai (NaBai) ha scosso l’estrema sinistra nazionalista, nella quale Batsuna non è stata in grado di svincolarsi dall’Eta ripudiando la violenza per la risoluzione dei conflitti politici (condizioni necessarie perché il partito venisse legalizzato nuovamente). I settori baschi vicini a Batasuna hanno potuto contare sulle liste dell’Associación nacionalista vasca, storica formazione resuscitata alla bisogna, in buona parte impugnate dal governo quando vi erano candidature direttamente connesse a Batasuna. Ma NaBai ha fatto quel passo che Batasuna non ha compiuto, vincolando la formazione di maggioranze locali con Anv all’esplicita condanna della violenza, compiendo così un importante sommovimento nel campo abertzale. Il rafforzarsi del fronte favorevole a una svolta ha probabilmente convinto l’Eta a riprendere la scena, tentando di dominarne l’agenda.

Cosa aspettarsi adesso? Intanto la Spagna teme che già da oggi torni a scorrere il sangue. Zapatero ha chiesto l’appoggio di tutti i partiti ma il leader del Pp, Mariano Rajoy, lo ha subordinato al cambiamento della politica antiterrorista del governo.
Nel Paese basco e in Navarra continuerà il laboratorio politico per determinare condizioni per un ripristino del dialogo. Aspettando le politiche del prossimo marzo e sperando che il settore dell’Eta contrario al dialogo, che ora ha il sopravvento, non insanguini le strade di Spagna.

domenica 11 febbraio 2007

De Juana superstar

Dopo un lungo periodo senza aggiornare riprendiamo una lettera di un ex carcerato etarra sul caso de juana, inviata alla radio Cadena Ser. «Non me ne frega un cazzo se muori», è il senso dell'intervento, sintetizzato allo stesso anonimo autore, che rammenta diversi motivi di repulsione personale e politica derivati dal comportamento passato di de Juana, sia come militante che come carcerato. Anche se in spagnolo è abbastanza comprensibile, la lettura è consigliata.

Il caso de Juana è la manna del giornalismo militante antigovernativo spagnolo.
Ma il colpaccio lo fanno gli inglesi (che, come sempre, parlano dell'Eta come gruppo indipendentista e non sia mai terrorista) con questa intervista del Time (versione inglese e spagnola) che fa tanto martire fin dal titolo: «Legato e macilento, assassino dell'Eta difende la pace dal suo letto di morte».

Le affermazioni di de Juana vanno invece in altra direzione: «Sono totalmente d'accordo col processo democratico di dialogo e negoziato per risolvere il conflitto politico tra Euskal Herria e gli stati spagnoli e francese».

Riaffermando l'esistenza di Euskal Herria, la nazione mitologica che comprenderebbe il Paese basco, la Navarra e i paesi baschi francesi e negando le uniche basi sulle quali il dialogo è possibile: cessazione della violenza, scioglimento dell'Eta, cessione delle armi, misure di reinserimento e avvicinamento di carcerato o ex carcerati dell'Eta e di rientro degli esuli o latitanti all'estero non colpevoli di fatti di sangue.

(fonte escolar.net)

venerdì 26 gennaio 2007

Il Caso Chaos

Il terrorista José Ignacio (Iñaki) De Juana Chaos resta in carcere.

La giustizia spagnola ha respinto la richiesta di concedere gli arresti domiciliari all'irriducibile dell'ETA che è in sciopero della fame dal 7 novembre, ha perso 37 chili e, secondo i medici che si preparano ad alimentarlo a forza, è in condizioni critiche.

Una vicenda complessa che ha spaccato la magistratura.
L’iniziativa di nove giudici dell’Audiencia Naciónal ha fatto sì che la decisione non venisse presa dal tribunale che aveva giudicato e condannato Chaos ma dalla Sala de lo Penal, composta da 17 magistrati, 14 dei quali hanno votato contro la concessione dei domiciliari.

Ma qual’è la storia di De Juana Chaos?
È quella di un ex poliziotto basco divenuto terrorista dell’Eta e condannato a oltre 2500 anni di carcere per 18 sanguinosi omicidi e altri gravi reati, la cui personalità è stata giudicata dai periti pericolosa e ossessiva.

Per il codice penale franchista del 1973, sulla base del quale avvenne il primo processo, il limite di pena era di 30 anni, divenuti 40 per reati di terrorismo con la riforma del ’95, vigente quando si tennero i successivi due. Periodo sul quale si calcolano sconti di pena e benefici.
In conformità alle leggi, dopo 18 anni di reclusione, Chaos aveva scontato il suo debito con la giustizia.

Alla vigilia della sua scarcerazione un’aspra campagna di stampa ha promosso una discutibile ricerca di escamotage legali che impedissero il suo ritorno alla libertà. Trovati in due sue articoli pubblicati sul quotidiano Gara nei quali, denunciando le condizioni dei membri dell’Eta in carcere, pronunciava quelle che sono state considerate minacce contro il personale carcerario. In un nuovo procedimento de Juana Chaos venne condannato a 12 anni in primo grado.

Assieme alla richiesta dei domiciliari, l’etarra ha iniziato lo sciopero della fame, in seguito al quale, viste le condizioni di salute, il pubblico ministero ne ha chiesto la concessione. Ma il voto dei giudici della Audiencia Naciónal ha interrotto questo percorso.

Questi i fatti: un terrorista assassino che ha saldato il suo debito con la giustizia e che è stato condannato nuovamente per un reato non materiale ma di opinione, non ancora in via definitiva; dei giudici che anziché affrontare in punto di legge la vicenda la politicizzano. Sullo sfondo, la guerra senza quartiere del Pp e dei media di destra al tentativo di dialogo tra governo e Eta, interrotto dopo la bomba di Barajas ma ancora presente, sottotraccia, nella società e nella politica spagnola.

mercoledì 17 gennaio 2007

¿De acuerdo? ¡Nada de nada!

Anche la revisione al rialzo del patto antiterrorismo sfocia in un nulla di fatto, sotto il fuoco incrociato di Pnv e Pp.

Non è andato lontano il rilancio di Zapatero, a seguito della bomba dell'Eta che, assieme alle vite di Diego Armando Estacio e Carlos Antonio Palate e al parcheggio del Terminal 4 dell'aeroporto di Barajas, ha distrutto anche il tentativo di dialogo.

Non c'era del resto da aspettarsi soluzioni diverse: il Pp non aveva nessuna intenzione di cambiare le sue posizioni e accettare un nuovo patto voleva dire abbandonare il vecchio, che rappresentava la sponda istituzionale di un comportamento politico che di istituzionale ha ben poco; né il Psoe aveva fatto nulla per costruire realmente le condizioni per proporre un nuovo patto ai partiti politici spagnoli.

Quello che colpisce, semmai, è che Pnv e Pp non abbiano rinunciato a giocare il loro ruolo da "battitori liberi". In particolare i nazionalisti cattolici baschi, che hanno posto condizioni campate in aria, come la revoca della Ley de partidos, levando dalle spalle del Pp il peso di essere l'unico partito a impedire l'accordo.

Le dinamiche basche hanno percorsi propri. La bomba del T4 fa esplodere le contraddizioni anche in seno a Batasuna, il partito della sinistra indipendentista messo fuori legge dalla Ley del partidos perché ritenuto braccio politico dell'Eta.
Otegi, il leader di Batsuna (ma è ancora così?), non ha condannato l'attentato, cancellando la possibilità di un ritorno alla legalità del partito per le prossime amministrative basche. Il Pnv, che negli utlimi anni ha accentuato il suo indipendentismo anche per pescare voti nel serbatoio della sinistra radicale che non ha più un referente elettorale, vuole continuare su questa strada e quindi propone di abbandonare tout court la Ley, tanto non se ne fa nulla, strizzando l'occhio agli elettori penalizzati dalla legge.
Elettori che si sono espressi nel voto al Partito comunista delle terre basche, formazione che si presenta da anni ma che ha sfondato nelle utlime amministrative proponendosi come espressione dell'elettorato di Batasuna, e della quale, dal canto suo, il Pp ha chiesto la messa fuori legge come condizione per discutere il nuovo patto. Altra richiesta irricevibile.

Malgrado zapatero abbia lanciato il nuovo patto solo come mossa difensiva - buttandolo in faccia al Pp, con mossa tardiva e un po' indispettita, più che facendo una proposta concreta - il problema principale della democrazia spagnola davanti all'Eta risiede proprio nella mancata unità delle forze democratiche davanti al terrorismo e al radicalismo politico indipendentista, come il tentativo di dialogo di Zapatero ha dimostrato.
Senza unità non si dialoga con un gruppo terrorista separatista. Nessun governo è in grado di sostenere una trattativa con il maggiore partito dell'opposizione contro.

Il patto antiterrorismo è effettivamente morto. Perché non adeguato ai tempi. Il testo esclude qualsiasi dialogo con l'Eta, e già questo basta per renderlo inattuale. Ma è superato perché discende da un periodo politico concluso: aveva un senso nel 2000, quando esprimeva il patto tra i partiti "costituzionalisti" (Pp e Psoe), funzionale alla costruzione di un rifiuto di massa del terrorismo nel Paese basco, all'isolamento delle posizioni indipendentiste e alla risposta alla tattica del Pnv, pronto a accelerare sulle sue posizioni indipendentiste per consolidare il suo potere. Ora non l'ha più.

Adesso, per andare avanti, occorrerebbe un nuovo patto tra tutti i partiti che rifiutano la violenza come strumento politico e riconoscono la Costituzione.
Oppure, meglio, nessun patto.
Piuttosto che questo Patto ormai continuamente tradito e inadeguato ai tempi, cui si aggrappa ormai solo il Pp per nobilitare le sue posizioni, meglio che i partiti siano responsabili nel parlamento e nelle urne delle proprie scelte.

martedì 16 gennaio 2007

Tra Zapatero e Rajoy nessuna distensione

Zapatero ha riferito alle Cortes sulla rottura del cessate il fuoco da parte dell’Eta.









Già di per sé si è trattato di evento irrituale: per la prima volta il presidente del governo viene chiamato a rendere conto davanti al parlamento della sua politica sul terrorismo - il che dà la misura della collaborazione istituzionale tra maggioranza e opposizione. In più, la giornata parlamentare ha sancito la definitiva rottura tra Pp e Psoe.

Nel suo intervento Zapatero ha espresso le condoglianze per le vittime; si è scusato per l’ottimismo manifestato nel discorso del 29 dicembre (stiamo meglio di un anno fa e tra un anno staremo meglio, disse a proposito del Processo di pace e il giorno dopo avvenne l’attentato); ha sottolineato di aver agito rispettando la legge e il mandato espressogli dal parlamento; ha dato all’Eta tutta la responsabilità della rottura del processo di pace; ha proposto un nuovo patto antiterriorismo, allargato a tutti i partiti democratici.
Qualche abilità oratoria, come la ripetizione quasi letterale di alcune frasi prese dal discorso di Aznar in occasione della rottura della tregua del ’98; qualche frecciatina al Pp che non ha dato il suo appoggio.
Non ha però detto gran che su quali basi poggerebbe un nuovo eventuale patto, anche se ha aperto esplicitamente al Pnv.

Dal canto suo Rajoy non ha recesso di un millimetro, anzi.
Nessuna trattativa con l’Eta è possibile; il governo è stato imprudente, frivolo, irresponsabile; quale affidabilità possono avere le proposte che vengono da Zapatero, le sue analisi? Poi ha messo nero su bianco ciò che il Pp aveva solo insinuato finora, ma che ha guidato il partito in questi mesi: «Se non compie quello che chiedono i terroristi, metteranno le bombe; se non ci sono bombe è perché ha ceduto».

Durante le repliche le accuse reciproche si sono fatte anche più dure e alla fine, malgrado l’appoggio di tutti gli altri gruppi alla politica del governo, la frattura resta intatta. Né la disponibilità di Rajoy a partecipare agli incontri nei quali verrà proposto il nuovo patto antiterrorista, inverte la corrente: sulle basi di questo scontro politico nessun accordo è possibile.

Quello che Zapatero non ha detto è che la lezione da trarre è che nessuna trattativa coll'Eta può essere iniziata in mancanza di un accordo tra i due maggiori partiti.
Avrebbe voluto dire delegittimare il percorso portato avanti finora, nella convinzione che il Pp si sarebbe prima o poi aggregato al processo: andare avanti, aspettando il momento.

Con l'Eta come interlocutore, questo non è possibile.

[foto (efe da El Mundo: 1) Mariano Rajoy; 2) J.L. Rodriguez Zapatero; 3) Acebes e Rajoy ascoltano Zapatero; 4) Zapatero ascolta Rajoy]

sabato 13 gennaio 2007

La Spagna contro l'Eta

Massiccia partecipazione popolare alle manifestazioni contro l'Eta di Madrid e di Bilbao. Malgrado la defezione del Pp e dell'Avt.

Le prime cronache raccontano di centinaia di migliaia di persone, 80 mila a Bilbao, secondo la polizia, mentre su Madrid ancora non ci sono cifre ufficiali.


Non si sono ascoltati slogan contro il Pp ma molti appoggiavano il governo Zapatero nella politica antiterrorista.






Poche ore prima dell'inizio della manifestazione i promotori, una rete di associazioni di ecuadoriani residenti in Spagna, hanno rivolto un altro appello all'unità dei partiti politici, invitando il Pp ad aderire.

Il segretario popolare Angel Acebes ha accusato la manifestazione di essere «non contro l'Eta, ma contro il Pp».

[foto: 1), 3) Madrid; 2) Bilbao; 4) cittadini ecuadoriani di Madrid]

venerdì 12 gennaio 2007

Divisi, contro il terrorismo

La Spagna manifesta a Madrid e Bilbao contro il terrorismo e in solidarietà delle due vittime della bomba di Barajas. Ma divisa.

Domani alle 18 a Madrid si terrà la manifestazione contro il terrorismo dell’Eta.
Una risposta alla rottura del cessate il fuoco compiuta dai terroristi con l’attentato dell’aeroporto di Barajas.

La manifestazione, appoggiata dai sindacati, è stata convocata dalle associazioni ecuadoriane spagnole in memoria delle due vittime della bomba, i cittadini spagnoli di origine ecuadoriana Diego Armando Estacio e Carlos Antonio Palate.

Si conferma la divisione, sempre più profonda, tra i partiti democratici, col Pp che nei primi incontri con le associazioni ha dimostrato la sua disponibilità ad aderire alla manifestazione, per poi scegliere di farsi da parte e di avversarla.

Gli organizzatori (che nel loro manifesto chiedono ai partiti di smetterla con le divisioni davanti al terrorismo) hanno accettato di modificare lo slogan della manifestazione, «Per la pace, contro il terrorismo», aggiungendo «Per la libertà», come richiesto dal Pp. Naturalmente non è bastato e il Pp è giunto a chiedere l'annullamento della convocazione e ha fatto di tutto per boicottarla.

Il comune di Madrid, retto dalla “aznarista” Esperanza Aguirre, ha fomentato la nascita di un’associazione fantasma che ne raggruppa altre cinque, appositamente fondate o finora praticamente inattive, di cittadini ecuadoriani spagnoli che rifiutano la manifestazione. Funzionari del comune hanno poi dato ordine alle sue squadre della nettezza urbana di ripulire i muri dai manifesti della convocazione.

Mentre il Pp attaccava in tutti i modi la manifestazione e i suoi convocatori, dai microfoni de La Cope, l’emittente radiofonica della Conferenza episcopale, il conduttore Federico Jiménez Losantos, portatore delle più estreme posizioni conservatrici del Pp, è giunto a minacciare i circa 327 mila ecuadoriani residenti in Spagna, ricordandogli che in maggioranza risiedono in tre Comunità autonome governate dal Pp. Il ricatto ha ottenuto solo che il dirigente di uno dei cinque gruppi "fantasma" facesse sapere alla stampa che avrebbero partecipato alla manifestazione assieme alla sua famiglia «a titolo personale». L'aspettativa è che la partecipazione della comunità ecuadoriana sia massiccia.

Anche la Avt (Associazione vittime del terrorismo), che rappresenta tremila delle circa 15 mila fra vittime e parenti esistenti in Spagna, ha duramente attaccato la manifestazione, rifiutandosi di aderire. Sono otto invece le altre associazioni di vittime del terrorismo che hanno dato la loro adesione.

Stesse divisioni per la manifestazione di Pamplona, organizzata dal governo basco, alla quale non parteciperanno i popolari né Batasuna. L’aggiunta della frase «Esigiamo dall’Eta la fine della violenza», allo slogan iniziale «Per la pace e il dialogo», ha permesso l’adesione dei socialisti baschi. Sempre più marginalizzata è Batasuna, sotto il fuoco delle critiche per non aver condannato l’attentato di Barajas.

Per la prima volta i popolari si rifiutano di partecipare a manifestazioni unitarie contro il terrorismo dell’Eta, segnando così il punto più basso della divisione tra i partiti democratici rispetto ai terroristi dell’Eta, che ha marcato tutto il tentativo attuale di impostare un processo di dialogo che conduca all’abbandono delle armi e alla fine della violenza da parte dell’Eta.

Un problema, quello dell’attuale linea politica dei vertici popolari, sempre maggiore per la Spagna. Nella quale quella si configura non è più la divisione tra partiti “costituzionalisti” (Pp e Psoe) e “non costituzionalisti” (nazionalisti baschi e catalani) ma quella tra chi rifiuta la violenza e chi non la rifiuta. Un passaggio importante nel contesto della questione territoriale spagnola, dal quale il Pp ha scelto di restare fuori.

[foto: 1) omaggio alle vittime nell'aeroporto; 2) parenti di una delle vittime alla partenza del feretro per l'Ecuador; 3) Zapatero sul luogo dell'attentato; 4) quel che resta del parcheggio del terminal 4]

domenica 31 dicembre 2006

Regalo di fine anno dell'Eta: bomba sul processo di pace

L’Eta torna agli attentati con una bomba al parcheggio del terminal 4 dell’aeroporto di Barajas a Madrid.

È il primo attentato da nove mesi e sancisce la rottura del cessate il fuoco permanente dichiarato dall’Eta il 22 marzo scorso. L’ordigno era di grande potenza e ha distrutto tre dei quattro piani del parcheggio.

Ben tre telefonate avevano avvertito dell’esplosione, luogo, ora e targa e tipo della vettura bomba, il che aveva permesso ai servizi di sicurezza di far scattare le contromisure, malgrado le quali 19 persone sono state ferite lievemente, in maggioranza agenti di polizia, e due, di nazionalità ecuadoriana, risultano disperse. La stampa cita fonti investigative secondo le quali il telefonista era molto nervoso e si era dimenticato di dire la targa dell’auto e di rivendicare l’attentato a nome dell’Eta, motivo delle ripetute telefonate.

Questo è il regalo di fine anno dell'Eta agli spagnoli, che negli utlimi sondaggi avevano espresso le loro preoccupazioni sulla sorte del processo di pace riportando il terrorismo in testa alle principali preoccupazioni per il Paese.

Il presidente del governo, José Luis Rodríguez Zapatero, ha interrotto ogni contatto e negoziato con l’Eta, dichiarando l’attentato incompatibile col dialogo e giudicandolo «il passo più sbagliato e inutile che abbiano fatto i terroristi».
Il segretario del Pp Mariano Rajoy ha invitato il governo a cessare ogni tentativo di accordo con l’Eta, mentre il portavoce della disciolta Batasuna, Arnaldo Otegi ha dichiarato che «il processo di soluzione del conflitto non è rotto».

L’attentato ha colto di sorpresa governo e forze politiche.
L’Eta ha sfidato Zapatero ma non si capisce quale senso politico abbia quest’attentato, che rischia di seppellire per sempre il tentativo di arrivare a una soluzione negoziata. Soprattutto se i due dispersi dovessero ritrovarsi senza vita.

Per la prima volta l’Eta interrompe una tregua senza dichiararlo prima con un comunicato.
Inusuale, poi, è la dinamica di reperimento del furgone nel quale è stato posto l’ordigno. Il proprietario, uno spagnolo, era stato sequestrato in Francia assieme al veicolo il 27 e rilasciato il 30. Finora operazioni simili erano state compiute sempre poche ore prima degli attentati.
L’attentato arriva poi a 15 giorni dal primo incontro informale tra rappresentanti del governo e dell’Eta che, pur senza significativi passi avanti, confermava l’intenzione di proseguire il tentativo di dialogo.

Il ministro dell’Interno, Alfredo Pérez Rubalcaba, il primo a intervenire, ha detto che «non aveva nessun indizio dell’attentato», riconoscendo come un errore l’idea che l’azione dell’Eta risponda a criteri razionali.

I nemici del processo di pace gongolano mentre il Paese assiste deluso a quella che può rappresentare la distruzione della speranza che si fosse finalmente sul cammino giusto per chiudere col terrorismo.

Una galleria fotografica dell'attentato (da El País) la trovate qui

mercoledì 20 dicembre 2006

Spifferi, rumori e negoziato

Circolano rumori insistenti da un paio di giorni che Eta e governo abbiano avuto negli ultimissimi giorni una riunione nella quale Eta avrebbe confermato di voler mantenere il cessate il fuoco e di proseguire nel processo per arrivare al negoziato. Oggi li ha raccolti la radio Cadena Ser, per la quale la riunione si sarebbe tenuta giovedì scorso.

L’impressione è che ci sia già un calendario, le notizie vengano filtrate ad arte in preparazione dell’incontro di venerdì tra Zapatero e Rajoy per poi fare un annuncio importante già nel fine settimana o nella prossima.

Alfredo Pérez Rubalcaba, ministro degli interni e negoziatore su mandato di Zapatero, in una conferenza stampa di oggi non ha confermato né smentito la riunione. Il suo messaggio principale era: «Non c’è nulla di rilevante da dire». Ma il messaggio non verbale voleva comunicare serenità e dare l’idea che, dietro le quinte, si lavorasse sodo.

Sempre secondo le rivelazioni della Ser Rubalcaba avrebbe già cominciato il giro per informare i partiti sullo stato delle cose, definendo la riunione come esploratoria, al fine di organizzare il primo incontro ufficiale tra Eta e governo, decidendo interlocutori, data, luogo e ordine del giorno del primo incontro ufficiale che dovrebbe aprire ufficialmente il negoziato.
Difficile dire ancora se il governo intenda veramente accelerare sul contatto diretto con la banda per agevolare anche la sinistra abertzale a fare i passi necessari per tornare nella legalità – e quindi far partire veramente a breve il dialogo ufficiale - o se si tratti di manovre per spingere batasuna a fare i suoi passi.

martedì 19 dicembre 2006

Processo di pace, buone notizie?

Rumori ottimistici, analisi giornalistiche e un incontro Zapatero-Rajoy.

Nell’ultima settimana si sono moltiplicati i rumori circa un possibile e imminente avanzamento nella difficile impostazione di un dialogo diretto tra Eta e governo, dopo alcuni mesi nei quali il processo di pace si trovava in una fase pericolosamente stagnante.

Al prosieguo della violenza urbana nel Paese basco e alle dichiarazioni battagliere di settori dell’Eta e di dirigenti della sinistra abertzale (gli indipendentisti baschi affini a Batasuna, il partito messo fuori legge perché considerato braccio politico dell’Eta), il governo aveva risposto invitando alla calma e confermando la sua speranza di poter arrivare alla fine della violenza. Ma aveva anche confermato la sua decisione di non fare concessioni previe all’avvio della trattativa diretta (come il trasferimento in carceri basche degli etarra reclusi nelle prigioni spagnole) e cominciato a diffondere indiscrezioni di una sua intenzione di congelare tutto se non vi fossero passi avanti concreti.

Le ultime dichiarazioni di Otegi, portavoce di Batasuna, dietro la scorza irriducibile, fanno intravvedere spiragli. Perlomeno ne dà questa lettura il quotidiano basco Gara, voce della sinistra abertzale, il che appare come un deciso segnale politico.

I maggiori problemi sono del resto proprio nel campo abertzale.
Batasuna è la chiave politica del processo di pace, in quanto dovrebbe avere la delega della rappresentanza politica dall’Eta, che restituirebbe le armi andando allo scioglimento, sul modello nord-irlandese Ira/Sinn Feìnn.
Il primo passo perché questo avvenga è rappresentato dal suo ritorno alla legalità, con l’adempimento degli obblighi della Ley de partidos.
I tempi sono brevi, perché tra meno di un anno ci saranno le elezioni amministrative basche e fino a ora Batasuna non sembrava in grado di fare i passi necessari.

Qualcosa sembra invece muoversi e Zapatero ha invitato Rajoy a un incontro alla Moncloa che si terrà venerdì - con tanto di gaffe degli uffici preposti che hanno comunicato l'invito prima alla stampa che al segretario del Pp, per poi scusarsi ufficialmente.
Indizio di una svolta imminente? Dalle dichiarazioni di Rajoy non sembrerebbe proprio.
La contrarietà del Pp al tentativo di dialogo in atto, che sfocia nel boicottaggio, è uno dei problemi di questo processo, ma una svolta non sembra vicina.
Zapatero potrebbe tentare di mettere sul tavolo una eventuale svolta imminente nell'ennesimo invito al Pp ad incoroprarsi nel processo. Espletato il quale, andare comunque avanti - come appare probabile - o fermarsi.


Un altro segnale che qualcosa sia dietro l’angolo viene dal fatto che i due maggiori quotidiani del Paese, El País e El Mundo, nelle loro analisi coincidevano ieri nel giudicare «impossibile» la rottura del processo di pace. Probabilmente annusando nell’aria precisi segnali.

lunedì 4 dicembre 2006

Il processo di pace a un bivio

Arrestati i presunti autori del robo de las pistolas.

La polizia francese ha arrestato nei pressi di Tolosa, in Francia, i presunti autori del furto di oltre 350 armi da fuoco, avvenuto a Nimes lo scorso ottobre. Le detenzioni di tre presunti etarras sono avvenute mercoledì 29 novembre, in un’operazione svolta in stretto contatto, e su indicazione, delle forze di polizia spagnole.
Altri tre etarras sono stati arrestati domenica nel corso di una altra operazione del tutto distinta dalla prima.

Il robo de las pistolas ha costituito un macigno posto dall’Eta sulla strada del difficile tentativo negoziale intrapreso dal governo spagnolo. Una evidente contraddizione dei paletti posti dal governo per arrivare a un dialogo diretto, ossia la cessazione di ogni attività militare in un periodo congruo a verificare la disponibilità al dialogo fatta con la dichiarazione del cessate il fuoco permanente, annunciata dall’organizzazione terrorista il 22 marzo scorso.

Cessazione non solo degli attentati dinamitardi – non avvengono omicidi da tre anni e mezzo – ma anche delle azioni di autofinanziamento, le rapine e l’imposizione della “imposta rivoluzionaria”, e militari in genere, come l’approvvigionamento di armi e esplosivi.
Una contraddizione che si aggiunge a altre, come la ripresa della kale borroka, la lotta di strada, con gli assalti a bancomat, edifici pubblici, sedi di partito e case del popolo.
Ma il robo de las pistolas è stato un chiaro segnale al governo che l’Eta è disposta a rompere la tregua indefinita e il tentativo di impostare un negoziato, non essendo evidentemente le pistole che mancano all’organizzazione.
L’Eta attribuisce al governo il rallentamento del processo, perché non farebbe passi che insinua sarebbero anche stati concordati in riunioni segrete. In particolare, nell’ultimo Zutabe dell’Eta, come vengono chiamati i comunicati periodici dell’organizzazione, emesso lo stesso giorno degli arresti, il riacutizzarsi della kale borroka viene segnalato come conseguenza della mancata interruzione dell’attività giudiziaria e repressiva in atto nei confronti della sinistra abertzale – l’estrema sinistra nazionalista rappresentata dal partito Batsuna, reso illegale perché ritenuto braccio politico dell’Eta.

Il principale punto debole di questo tentativo di impostare una soluzione negoziata risiede probabilmente nella divisione dei partiti democratici, con la decisa contrarietà del Partido popular che accusa il governo di resa di fronte al terrorismo e di indebolimento della lotta antiterrorista.
Il governo viene accusato contemporaneamente dal Partido popular – e da una parte della stampa - di fare concessioni ai terroristi e, dai terroristi, di mettere in pericolo il processo perché non ne fa.
La reazione al robo da parte del governo è stata prima verbale, con la conferma che finché la tregua non sarà rispettata non si aprirà nessun negoziato e che nessuna concessione verrà fatta previamente all’apertura della trattativa diretta, poi poliziesca.
Il governo ha voluto lanciare il messaggio che non solo è in grado di riattivare le operazioni di polizia in qualsiasi momento ma anche che non ha abbassato la guardia, che l’organizzazione è controllata e infiltrata - gli arrestati erano da mesi controllati dagli investigatori: una vera prova di forza nei confronti dell’Eta, della quale l’operazione ha di passaggio smantellato parte della struttura logistica in Francia scampata agli altri duri colpi inferti di recente dalle operazioni congiunte franco-spagnole.
Un messaggio rivolto sia all’Eta che ai critici del processo, a smentire le tesi secondo le quali l’Eta starebbe approfittando della diminuita pressione poliziesca per riorganizzarsi, testimoniando come il controllo delle forze di sicurezza sia sempre alto, dato che.
Ma le operazioni di polizia lancia anche un altro messaggio alla banda: che il governo è disposto a rompere.

Si tratta di una decisa inversione di tendenza dopo che le posizioni ufficiali, pur ammettendo il sostanziale stallo in atto, hanno sempre confermato l’intenzione del governo di tenere in piedi il tentativo, malgrado le difficoltà.
I detrattori di Zapatero potranno ora dire che è tanto incapace da non sapere neanche arrendersi all’Eta.
Ma non c’è molto da scherzare perché il tentativo di impostare un dialogo diretto si trova davanti al suo primo bivio. Rompere o continuare.

(immagini: 1 - Goya, Kronos; 2, 3, 4 - Goya, Gli orrori della guerra)

giovedì 23 novembre 2006

Il processo di pace? Non si sente mica tanto bene


C’è forte preoccupazione per le sorti del tentativo di impostare un processo di pace che porti alla cessazione della violenza dell’Eta e all’abbandono delle armi.
Malgrado le speranze suscitate dalla dichiarazione del cessate il fuoco permanente del 22 marzo scorso e dall’apertura di un periodo di verifica e di incontri pubblici e segreti tra le parti, le cose non vanno nel migliore dei modi.
La Kale borroka (la lotta di strada, come viene chiamata la guerriglia urbana) non si ferma e segnali contraddittori vengono dall’Eta. Il 23 settembre sul Monte Aritxulegi (Guipúzcoa) durante celebrazione del Gudari Eguna (giorno del guerriero basco). Tre incappucciati sono saliti sul palco armi alla mano, hanno letto un comunicato che proclamava la prosecuzione della lotta armata fino all’indipendenza, hanno sparato in aria e sono scappati nel bosco. Il 24 ottobre avviene il furto di centinaia di pistole in una fabbrica francese ad opera di terroristi dell’Eta.
Batasuna non fa passi concreti per rientrare nella legalità, il Pp è sempre fermamente contrario al dialogo, i rappresentanti delle vittime sono ferocemente divisi.
Ora che anche la Francia mette in dubbio le intenzioni dell’Eta, Zapatero deve rispondere alle rinnovate critiche interne e non dare l’impressione di cedere ai terroristi.
È un momento estremamente delicato, anche se probabilmente meno di quanto alcuni dicano.
Le difficoltà vengono soprattutto da Batasuna e dall’Eta.
Questo tentativo si differenzia dagli altri per l’impostazione di due piani differenti: quello politico, la discussione sulla riforma dello Statuto basco che compete ai partiti baschi nell’ambito della Mesa de partidos; quello militare, con la trattativa sull’abbandono delle armi, la situazione dei carcerati dell’Eta e degli esuli della banda, che attiene a governo e Eta.
Per costituire il Tavolo dei partiti tutti vogliono che Batasuna, il partito dell’estrema sinistra nazionalista messo fuori legge perché considerato braccio politico dell’Eta, faccia i passi necessari per tornare nella legalità ma una forte componente di Batasuna non vuole cedere alle leggi dello Stato spagnolo.
Nell’Eta invece sembra che i vertici siano convinti della strada negoziale ma che non riescano a imporre la scelta a tutta l’organizzazione, una cui parte è contraria, mentre un’altra è convinta che il processo fallirà e si prepara a riprendere la lotta armata.
Se il filo sottile costruito finora dovesse spezzarsi la parola tornerebbe alle armi.

martedì 21 novembre 2006

La Francia conferma la mano dell'Eta nel furto delle pistole


Il responsabile della sotto-direzione antiterrorista della Direzione generale della polizia francese, Frederic Veaux, ha confermato che il furto di oltre 350 pistole, avvenuto nel sud-est della Francia lo scorso ottobre, è da attribuire all'Eta.
La dichiarazione è avvenuta nel corso della sua audizione in un'udienza di un processo contro 14 supposti membri dell'organizzazione terrorista, in corso a Parigi.
Secondo il dirigente di polizia l'attività dell'Eta in Francia non ha subito cambiamenti significativi dalla dichiarazione del «cessate il fuoco permanente» fatta nel marzo scorso.
Veaux, dopo aver sottolineato le difficoltà nel quale si trova il processo di pace, ha fatto un parallelo con la tregua del 1998, durante il primo esecutivo Aznar, utilizzata dall'Eta per riorganizzarsi e poi tornare alla lotta armata.
Secondo il dirigente francese l'attuale situazione «rappresenta un problema per tutti coloro che osservano il processo in atto».
Un problema principalmente per il governo Zapatero che si è impegnato nel difficile processo con l'appoggio di tutti i partiti meno Il Pp - che è decisamente contrario e fa di tutto per boicottarlo, anche in sede europea. Come la reazione del direttore della Guardia civile, Joan Mesquida, conferma. «Ora tocca al governo analizzare e pianificare» le possibili conseguenze sul dialogo derivanti dal furto, definito da Mesquida «molto grave».
Le dichiarazioni di Vaux appaiono come uno sgambetto al governo spagnolo in una fase incerta del processo.
Ma una presa di posizione così decisa e pubblica può anche essere letta come un messaggio rivolto all'Eta che continua a chiedere un coinvolgimento francese nel processo di pace, richiesta alla quale Veaux ha fatto espliciti riferimenti.
La Francia non ha nessuna intenzione di avallare l'esistenza di un problema basco nel suo territorio - i baschi francesi non manifestano significative pulsioni indipendentiste - avendo già i suoi problemi coi corsi.
Per l'Eta l'internazionalizzazione del conflitto basco, richiesta antica e sempre rinnovata, ha il duplice scopo, da un lato di diminuire il senso della sovranità spagnola sul terrritorio basco, dall'altro di rafforzare la rappresentazione del terrorismo come lotta di liberazione del popolo basco dall'invasore spagnolo.